Fonte  La Stampa 

 

25 Luglio 2010

IL CASO. SI ALLARGA LA POLEMICA ATTORNO AL CAMPO DI 4 ETTARI INDIVIDUATO IN FRIULI

Sostiene
Slow Food

Il procuratore di
Pordenone dispone
una perizia, ma tra
un mese sarà tardi

Allarme sul mais transgenico
“Distruggetelo o ci contamina”

Roberto Burdese
Presidente Slow Food Italia

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Le piante stanno per disperdere il polline. Appello al presidente Napolitano

Val d’Aosta
Formage Quart Festival
La rassegna coniugherà le eccellenze lattiero-casearie valdostane e l’arte medievale del castello di Quart. L’appuntamento è per il 14 agosto
[FIRMA]SERGIO MIRAVALLE
«Illustrissimo Presidente ci spiace sollecitarla aggiungendo ulteriori impegni alla sua agenda, ma siamo costretti a chiederle di intervenire con urgenza perché riteniamo che, a causa di una tardiva azione della Magistratura, stia per concretizzarsi sul territorio nazionale la minaccia di una contaminazione da piante transgeniche». Comincia così l’appello rivolto al Capo dello Stato Giorgio Napolitano chiamato in causa, anche in veste di presidente del Csm, da un nutrito gruppo di associazioni e organizzazioni che hanno costituito una task force «per un’Italia libera da Ogm». E’ una battaglia di principio. Nel mondo si coltivano 800 milioni di ettari a mais, una novantina in Europa e solo un milione in Italia, che però ha scelto di tenerli liberi da sementi geneticamente modificate.
In calce all’appello le sigle storiche del movimento ambientalista come Wwf, Legambiente, Fai, Federparchi, ma in prima fila ci sono anche Slow Food, Greenpeace, Codacons, Città del Vino, Acli, Legacoop. Tra le organizzazioni agricole netta la presenza anti Ogm di Coldiretti e Cia, mentre Confagricoltura conferma, anche in questo caso la sua posizione possibilista e non è tra i firmatari.
Il documento mandato al Quirinale accende i riflettori su un caso che sta facendo già molto discutere il Friuli. Tutto ruota attorno ad un campo di quattro ettari seminato a mais Mon810. Tra le varietà transgeniche è l’unica ad avere ottenuto un parziale disco verde in ambito europeo, ma non in Italia, dove vige un decreto legislativo del 2001, che impone una specifica autorizzazione.
Il campo fuorilegge è al centro di una querelle a tinte forti con il proprietario agricoltore che nell’aprile scorso ha diffuso alcune immagini del suo campo su un sito web, senza però indicare dove esattamente fosse. Una lettera anonima, giunta pochi giorni dopo agli inquirenti, ha svelato che il campo è nel comune di Fanna in provincia di Pordenone. E’ seguito un esposto dell’assessore regionale all’Agricoltura del Friuli, Claudio Violino alla Procura della Repubblica di Udine e il 24 giugno un’altra denuncia della Coldiretti alla Procura di Pordenone con richiesta di sequestro delle coltivazioni transgeniche e immediata distruzione delle piante.
Il 10 luglio conferenza stampa e incontro in prefettura per organizzare un presidio attorno al campo incriminato con presa di posizione del sindaco di Fanna Denis Bottecchio che intende intervenire come autorità sanitaria locale. Nel frattempo un’altra segnalazione anonima indica un nuovo campo di mais transgenico nel comune di Vivaro, sempre in Friuli. Altra denuncia Coldiretti. A questo punto l’allarme si sposta sul piano botanico-giuridico. I firmatari dell’appello al presidente Napolitano definiscono «inaudito» il fatto che il procuratore di Pordenone Antonio Delpino, abbia deciso di «concedere un intero mese per la stesura della relazione del perito, perdendo tempo prezioso e creando la condizione per favorire la dispersione nell’ambiente del polline del mais Ogm».
Il campo è sotto sequestro, ma le piante naturalmente stanno crescendo e maturano e ai primi di agosto diffonderanno il polline. Le analisi molecolari per accertare se quel mais è veramente transgenico possono svolgersi nel giro di pochi giorni (e c’è chi ricorda la celerità che a suo tempo, nel 2003, portò in Piemonte su iniziativa del procuratore Guariniello e dell’allora presidente Ghigo alla distruzione di oltre 400 ettari di mais Ogm).
«Bisogna distruggere quel mais prima che possa propagare il polline per scongiurare ogni ipotesi di contaminazione» precisa Alessandro Giannì di Greenpeace. Nel dossier «tempi lunghi della magistratura» il presidente Napolitano aggiungerà anche questo?
Futuro Pac
Appello di Paolo De Castro
Paolo De Castro, presidente Commissione agricoltura Parlamento europeo ieri al convegno di Bruxelles sul futuro Pac. «In ballo il destino di tutto il comparto»
Contributi Ue
Italia leader nei controlli
Per la Commissione europea l’Italia nel 2009 ha denunciato all’Ue il valore più elevato di irregolarità nei finanziamenti ed è leader nella lotta al fenomeno
Olio made in Italy
Extravergine come il vino
L’olio extravergine di oliva italiano come il vino: bandiera dell’Italia nel mondo. Firmato a Roma un accordo tra Consorzio olivicolo e Unione produttori
Spumanti
Export in crescita
Nei primi 6 mesi del 2010 la domanda internazionale di spumanti italiani è cresciuta del 18% e del 4% in valore, con un prezzo medio di 3,4 euro a bottiglia.
Ortofrutta
Sostegno ai produttori
La commissione Europea introdurrà nuove regole per il calcolo degli aiuti europei alle organizzazioni dei produttori (Op) nel settore dell’ortofrutta
Milano
Latte a 37,4 centesimi
Venerdì la firma tra industriali caseari del Piemonte e Cosplat fissava il prezzo del latte a 36 centesimi al litro per luglio e agosto. Intesa contestata da altre sigle (anche Copagri, che con Cosplat aveva chiesto il rinvio delle multe) e ieri a Milano Padania Latte e Confagricoltura hanno siglato un altro accordo: 37,4 centesimi al litro da luglio a dicembre. «Gli industriali piemontesi sapevano che il prezzo sarebbe salito, hanno anticipato per penalizzare gli allevatori» dice Pierangelo Cumino di Confagricoltura.
Tra le tante falsità che circolano sugli Ogm, una delle più ricorrenti sostiene che non esistano prove scientifiche della loro pericolosità. Se n’è parlato martedì scorso all’Ara Pacis di Roma, durante il convegno "Agricoltura e biotecnologie: il fronte della ricerca tra un’avanguardia silenziosa e un’innovazione superata": grazie al contributo di 18 docenti universitari e ricercatori di 12 università e 3 centri di ricerca italiani, abbiamo scoperto - tra le altre cose - i risultati delle indagini condotte dalla Facoltà di Medicina Veterinaria della Federico II° di Napoli sul destino metabolico del Dna transgenico. Una di queste indagini, effettuata su capretti nati da madri alimentate con soia transgenica a partire da 60 giorni prima del parto e poi nutriti esclusivamente con latte materno, ha rilevato frammenti di Dna transgenico in fegato, rene, muscolo, milza, cuore e sangue dei capretti con significative alterazioni di alcuni valori funzionali. La ricerca non è ancora arrivata a stabilire i possibili effetti a lungo termine, ma conferma che il principio di precauzione rispetto all’utilizzo di Ogm. E’ ora di mettere mano alla filiera mangimistica italiana, per garantirci mangimi Ogm free. Vogliamo sistemi di etichettatura trasparenti che dichiarino la presenza di Ogm a qualsiasi livello della filiera: se mangio un formaggio di latte di capre alimentate con Ogm voglio saperlo, visto che frammenti di quel Dna modificato passano nel latte!

posted by Irene

?!?!?!?!?!

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fonte La Stampa

 

 
Amputate dopo un incidente, le zampe posteriori sono state sostituite con protesi high-tech
ANDREA MALAGUTI
CORRISPONDENTE DA LONDRA
Sembrava la storia triste di un gatto nero, è diventata un miracolo che sta facendo il giro del mondo. Surrey, Inghilterra del Sud, un grande campo da coltivare dove Oscar, due anni, pelo nero, si addormenta sotto le nuvole. La mototrebbiatrice passa, non lo vede e gli maciulla le zampe. Kate e Mike Nolan, i suoi proprietari, lo raccolgono e capiscono che Oscar sta morendo e che loro sono a un bivio: sopprimerlo o cercare l’impossibile. Cercano l’impossibile.

Salgono in macchina e arrivano a Eashing, dove c’è la clinica veterinaria del dottor Noel Fitzpatrick, una specie di genio degli animali che nel 1972 ha costruito questo ospedale in mezzo al verde che sembra un centro benessere svizzero per miliardari. Però più bello. Fitzpatrick guarda il gatto e dice: lo salvo. Fa di più. Gli amputa le zampe e le sostituisce con due piccoli sostegni di acciaio che sono un salto del futuro. Oscar diventa ufficialmente un gatto bionico. «Dobbiamo aspettare qualche mese prima di cantare vittoria».

I mesi sono passati, Oscar corre, si arrampica sui muri e le foto riempiono le pagine dei giornali. Un confine è stato varcato. Bene, ma che cosa ha fatto il neurochirurgo degli animali domestici?
Ha innestato un impianto su misura all’interno delle articolazioni della cavigilia del gatto, esattamente dove la zampa è stata amputata, così dalla pelle di Oscar adesso escono due trampoli eleganti, grigio metallizzato. Sono rivestiti di hydroxiapatite, un materiale che si comporta come le ramificazioni ossee con i tessuti molli e la curva particolare della protesi consente alla struttura, studiata per la prima volta dal professor Gordon Blunn dell’University College di Londra, di sigillarsi alla pelle evitando le infezioni. «E’ un miracolo di biomeccanica, Oscar è il primo animale al mondo ad avere una protesi integrata con le ossa, con la pelle e con le articolazioni della caviglia», spiega Noel Fitzpatrick.

Fuori dal suo studio c’è la fila. Le persone si accomodano sui divanetti di pelle e aspettano in silenzio tenendo in braccia i loro animali. Lo sanno che non esiste un altro posto così. La Fitzpatrickreferrals, il più sofisticato centro privato europeo del settore, con 5 chirurghi, 5 veterinari generici e 30 infermieri, serve l’Inghilterra del Sud. Il vanto dell’ospedale sono le radiografie digitali e uno scanner d’avannguardia che lavora sette giorni su sette. L’intervento su Oscar, durato tre ore, è costato 4 mila sterline, duemila per zampa, e a pagare è stata l’assicurazione.

Noel Fitzpatrick, un signore magro, con pochi capelli e una faccia da cinema, si toglie il camicie e lo getta nel cestino della biancheria sporca. «Voglio che queste persone tornino a casa serene». Gli hanno chiesto se il suo metodo un giorno si potrà applicare anche agli uomini. Non ha detto di no. Ha risposto solo: «Io prima mi devo occupare degli animali».

posted by Irene

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FORSE SIAMO ANCORA IN ...ALTO MARE! Ascolta parte dell’intervista cliccando sulla foto           

Che cosa capita se…  un ispettore dell’Asl viene a controllare la tua azienda e scopre che… e poi che… e ancora che… !!!

Quali sono gli adempimenti richiesti dalla recente normativa in tema di sicurezza? Lasciamolo raccontare all’Avv. penalista Marco Feno che, in questa occasione, prenderà le difese dell’azienda controllata.

Che cosa manca? Un tecnico! Ecco allora predisposto l’intervento dell’ing. Mauro Crosio.

Tre profili professionali complementari per rappresentare la situazione tipo in cui incorre una qualsiasi azienda!

Ascolta l’intervista   e invia le tue domande ad Eco Vero da "contattaci".

 

Scopri chi è l’Avvocato Marco Feno              Avv. Marco Feno

Lo studio dell’Avvocato Feno si trova a Torino, in Via Roma 235 - tel. 011.197 408 77

posted by Irene -  Eco Vero - per appuntamenti e/o contatti con l’Avv.Marco Feno chiama anche il numero  392.06 74 818 e 345 25 33 520 

 

 

 

 

                                               

 

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Ecco il nostro Amico Jean Louis Aillon alle prese con un’attività che lo coinvolge a tal punto da indurlo a raccontarcela quasi come se leggesse un romanzo….quello di cui lui è il protagonista!

Posted by Irene

 

 Che divertente fatica!!!

 

 

 

Un giovane dottore nella giungla di Nairobi
Buongiorno a tutti!
Mi chiamo Jean-louis, ho 25 anni, mi sono appena laureato in medicina e lavoro come volontario al Neema, l’ospedale di World Friends a Nairobi. Cercherò nei prossimi mesi di raccontarvi un po’ di quella che è la vita in ospedale, ma prima di fare ciò mi piacerebbe cercare di farvi afferrare un po’ il clima che si vive qui, nella Nairobi di tutti i giorni.
Se comprate una guida del Kenya vedrete in copertina magnifiche foto di giraffe, rinoceronti, leoni stesi al sole con la savana dorata che si staglia all’orizzonte. Ebbene, Nairobi non è decisamente tutto ciò! E più che una Savana si direbbe una Giungla!
Una giungla di macchine, motociclette, camion, camioncini e matatu (piccoli pulmini da 11 posti che fanno da bus e che si trovano ovunque); una giungla di suoni, rumori, urla, musica, clakson, tubi di scappamento; una giungla di odori: dagli scarichi delle auto che sembrano all’istante entrarti fin nelle budella alla puzza nauseante dei rifiuti che ardono lungo la strada. Gli animali feroci non mancano, sono una moltitudine. Corrono, di qua, di là, in lungo e in largo, a destra e a manca. Attraversano semafori fatiscenti, si buttano tra una macchina e l’altra, spingono, si scontrano, imprecano. Alcuni giacciono ormai per terra con lo sguardo vuoto e senza speranza. Altri sembrano più tranquilli, in giacca e cravatta camminano distintamente e a testa alta per la strada. Molti sono “Mzungu” (uomini bianchi, letteralmente “qualcuno che vaga senza meta”), si direbbero i più innocui, anche se in realtà sono probabilmente i più feroci.
Povertà e ricchezza convivono a due passi l’una dall’altra, anche se la prima viene ben nascosta: le baraccopoli dove vivono milioni di persone non saltano infatti agli occhi come i grattacieli del centro, non le si vede facilmente passando in macchina. Contraddizioni su contraddizioni. La cultura occidentale, il capitalismo, il nostro beneamato progresso, invece di portare i loro lati migliori, hanno esportato i loro risvolti più tetri e stanno gradualmente distruggendo ciò che vi è di bello e autentico nella cultura Africana, esaltandone dall’altra parte i lati negativi.
Tutto ciò è la quotidianità di Nairobi. Ogni mattina mi ci trovo di fronte.
Alle 8.00 esco di casa e prendo il bus per andar in città e cerco di capire quanto devo pagare; sì, perché qua per il bus non c’è un biglietto fisso ma si paga in base al traffico!! Scendo poi dal bus per andare a prendere il matatu e mi ritrovo nella giungla. Devo quindi utilizzare tutte le mie energie mentali (che a quell’ora non sono peraltro un granchè!) per riuscire a districarmi nella fiumana, per non scontrarmi con la gente e per non farmi investire da qualche macchina. E non è così semplice, ve lo assicuro!
Arrivo poi dove si prende il Matatu, chiedo se va al Neema (mi dicono sempre si e poi la metà delle volte mi lasciano da un’ altra parte!), mi infilo allora in questa scatola di sardine, appiccicato ad altre due persone e spesso con mezza chiappa fuori dal sedile. Faccio normalmente per aprire la mia grammatica di Swahili, ma la richiudo al volo non appena partiamo quando viene accesa la musica: spesso sembra di essere davanti alle casse in discoteca. Non riesco nemmeno a sentire la mia voce quando parlo e, intontito dal frastuono, mi calo in un’atmosfera quasi surreale, da cui mi riprendo saltuariamente allo sbattere della testa su una qualche superficie metallica, sballottolato qua e là, quando per tagliare il traffico questi piccoli pulmini si lanciano fuori strada, innalzando peraltro enormi nuvole di polvere che non posso fare a meno di respirare.
Quando poi si tratta di pagare spesso e volentieri cercano di fregarmi e devo insistere per avere il resto…
 
Ed è così che, dopo circa un’ora di viaggio, quando intravedo il Neema in lontananza, cerco di divincolarmi velocemente fra sedili e persone, tiro con forza lo zaino che regolarmente rimane incastrato in qualche anfratto e scendo dal matatu.
Ci sono quasi, ora però arriva la parte più difficile: attraversare la strada! Thika road. Qui è forse l’unico momento in cui ho davvero paura. Le macchine sembrano non finire mai e ad un certo punto, volente o nolente, mi devo lanciare! Se c’è qualcuno del posto che attraversa con me sono un po’ più tranquillo, lo affianco stretto stretto, lo seguo passo per passo come fossi la sua ombra; quasi mi verrebbe voglia di prendergli la mano come facevo un tempo con la mia mamma. Se ho fortuna la attraverso tutta in un colpo, altrimenti rimango per un po’ nel limbo, in un corridoio invisibile, né di qua, ne di là, irrigidito come un birillo con le macchine che mi sfrecciano davanti e dietro. Penso allora fra me e me: ” Eh no, dai proprio adesso! Cacchio, ho 25 anni, son qui a cercare di fare qualcosa di buono e non avrebbe proprio senso lasciarci le penne così!” 
Trattengo la voglia di chiudere gli occhi, il fiato e appena intravedo un varco mi lancio oltre frontiera! Un respiro di sollievo, un centinaio di metri ed eccomi varcare le soglia dell’ospedale, salutando il guardiano con il solito “jambo” (salve).
 
Quando il cancello si apre sembra quasi di entrare in una dimensione parallela, un’oasi in mezzo alla giungla: il blu dei tetti che si mischia con l’azzurro del cielo, il verde delle aiuole, la gente che si muove con tranquillità, qualche camice bianco, l’aria che si fa più leggera. I pazienti che aspettano seduti davanti alla reception. Tutto è pulito, ordinato, al suo posto. Si percepisce la cura per il particolare e un sottile tocco di estetica. Mi sento così a mio agio, rilassato e dimentico quasi il trambusto che stavo vivendo fino ad un attimo prima.
Tutto ciò non è un lusso per privilegiati, ma, grazie agli sforzi di World Friends e al sostegno di tutti voi, è realtà anche per persone che non dispongono di nulla e che non posso pagarsi neanche le cure mediche di base: circa 100 pazienti al giorno ad oggi (il 50% del totale).
Due giorni fa nella “casualty” (il pronto soccorso/day hospital), ho visitato una signora sulla cinquantina con un tumore al seno in stadio avanzato che le aveva praticamente divorato la mammella: io pensavo fosse un esito di ustione perché era come fosse carbonizzata, atrofica, rattrappita con le squame di pelle morta che si staccavano al tatto e un’escoriazione che ha prontamente sanguinato non appena abbiamo tolto il cerotto. Probabilmente vi sarà stato un ritardo diagnostico e non so quanto tempo rimarrà ancora da vivere a questa povera signora. Sta di fatto che quando sono entrato nella stanza era lì tranquilla e mi ha fatto un gran bel sorriso, ha mantenuto la stessa serenità per tutta la durata della visita, interrotta solo da una smorfia di dolore allo strappo del cerotto, e ci ha infine sorriso ancor più dolcemente quando l’abbiamo salutata per andarcene.
Vi sono tanti fattori che potrebbero spiegare una reazione del genere: per esempio la non piena coscienza del problema (perché non si sa o perché non si vuole sapere) o le differenze culturali nel relazionarsi con la propria esistenza e con la morte.
 
Chissà però da dove sarà partita per venire a farsi medicare al Neema, chissà a che ora si sarà svegliata e che peripezie avrà dovuto affrontare per arrivare fin lì. Chissà quali vicissitudini dovrà affrontare ogni giorno.
E chissà che non sia merito anche di questa particolar atmosfera che si gusta una volta varcati i cancelli dell’ospedale se questa “mama”, come dicono qui, ci ha voluto regalare il suo bel sorriso…
 
Jean-louis Aillon
World Young Friends

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Chissà perchè, La Stampa ne parla solo ora….Posted by Irene -

Fonte  La Stampa

 

08 Luglio 2010


La storia

ALESSANDRO MONDO

Una fontana e un parcheggio
per la nuova piazza Solferino

In autunno il via ai lavori: ma prima bisogna smontare i “gianduiotti”

«La piazza tornerà
anche meglio di prima
Vorremmo anticipare
lo smantellamento
di Atrium a fine luglio»

Maria Grazia Sestero

E’una di quelle notizie che promettono di fare felice un sacco di gente: i residenti lungo la piazza e i torinesi in genere, sempre più allergici a quella specie di obbrobrio che sono diventati nel tempo i due «gianduiotti» di Atrium. Ma a guadagnarci sarà pure il monumento dedicato a Giuseppe La Farina (1815-1863): storico, deputato, ministro dell’Istruzione. Eppure, a dispetto del suo curriculum, confinato dal 2004 nei magazzini comunali.
In autunno partiranno i lavori nella centralissima piazza Solferino, cristallizzata in quel che resta del sogno olimpico. Due anni di cantiere al termine del quale si presenterà in forma completamente rinnovata: liberata dai padiglioni, dotata di un parcheggio interrato, ornata da una vasca supplementare, e - come abbiamo detto - restituita ai monumenti immortalati da generazioni di cartoline. Ieri il progetto firmato dall’architetto Raffaello Bocco, con i numeri e i «rendering» correlati, è finalmente approdato nella commissione comunale Urbanistica e Viabilità presieduta da Piera Levi Montalcini.
Ventiquattro mesi di lavori. I primi due destinati allo smantellamento, posto come condizione nel bando di gara, dei malandati «gianduiotti» firmati a suo tempo da Giugiaro: 300 mila euro il costo calcolato dal Comune. Soltanto allora si entrerà nel vivo del cantiere, con la realizzazione del parcheggio pertinenziale - 6 milioni la spesa complessiva - ad opera della società assegnataria (la «Campana costruzioni»): parliamo di cinque piani interrati per 233 posti auto privati. Nel numero sono compresi 188 box. L’accesso e l’uscita del parcheggio, diciassette metri la profondità massima di scavo, avverranno attraverso due rampe a sud della piazza, in direzione corso Re Umberto.
Un affare per Palazzo civico, che oltre a liberarsi gratuitamente dei padiglioni di Atrium - il cui destino è ormai nelle mani dell’impresa - incasserà due milioni e rotti di onere concessorio e risparmierà i 900 mila euro necessari per riqualificare la piazza. La spesa, a carico del costruttore, prevede una serie di interventi diversi. Il più rilevante, in termini di impatto di immagine, è la nuova vasca simmetrica alla storica fontana Angelica. Resteranno le zone pedonali, caratterizzate dalla pavimentazione in porfido e riportate tutte allo stesso livello. Confermato l’attuale assetto di circolazione, mantenendo le corsie riservate ai mezzi pubblici, almeno due per senso di marcia e alcuni spazi di sosta. Ne è da escludere la realizzazione sul perimetro di altri spazi per la sosta o di un percorso ciclabile attrezzato. Garantiti anche gli attraversamenti pedonali.
Nella stessa ottica, la valorizzazione dello spazio, va letta la nuova recinzione al monumento equestre dedicato a Ferdinando di Savoia duca di Genova: per intenderci, quello che durante e dopo le Olimpiadi svettava sulla piccola pista di pattinaggio. Torna al suo posto la statua di La Farina. «Un simbolo importante della Torino risorgimentale, che verrà restituito in tempo per le celebrazioni di Italia 150 - spiega Maria Grazia Sestero, assessore alla Mobilità - Più in generale, piazza Solferino tornerà ad una condizione migliore della precedente. Evidentemente la priorità è la rimozione dei padiglioni, stiamo valutando la possibilità di anticipare il loro smantellamento già entro la fine di luglio».

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